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E’ l’anniversario del ’68 Rock

23 febbraio 2018 1 commento

Un articolo di GAETANO MENNA nella rivista LEGGERE: Tutti : 119 di Marzo

Sessantotto rock

Cinquant’anni fa la stagione della contestazione giovanile ed anche della rivoluzione musicale. Testimonianze e libri per approfondire la ribellione in note

Il rock è stata la colonna sonora della contestazione del Sessantotto e merita di essere raccontata la ribellione in note. Lo ha fatto, con molto scrupolo, Riccardo Bertoncelli di cui, ad aprile, esce il libro “1968. Soul e rivoluzione”, che racconta – 50 anni dopo – l’anno dell’utopia e che chiude la collana di Giunti, “Gli anni d’oro del rock”. In cinque libri, Bertoncelli ha ricostruito  la scena musicale della seconda metà degli anni ’60 e raccontato l’evoluzione del rock nei suoi elementi più importanti e influenti.  Il beat, le sonorità psichedeliche, la canzone di protesta, il country, l’incontro del rock con il folk, il jazz, la classica. È anche il periodo delle nuove sonorità soul, che introduce la famosa etichetta di Detroit, “Motown”. I suoi precedenti volumi della collana sono: “1967. Intorno a Sgt. Pepper” (2014), “Sgt Pepper. La vera storia” (2011), “1969. Storia di un favoloso anno rock, da Abbey Road a Woodstock” (2011) e “1965-1966. La nascita del nuovo rock” (2011).

Sono gli “anni d’oro” di Beatles, Rolling Stones, Dylan, Hendrix, West Coast, Zappa, Miles Davis; un’epoca di profondo rinnovamento e connessioni anche sociali, con il mondo giovanile che assume una forte identità. Interpelliamo il critico Mario Bonanno, autore prolifico, che ha pubblicato recentemente due libri dedicati uno a Claudio Lolli (“Il giorno sapeva di sporco”, Stampa Alternativa, 2017) e l’altro a Roberto Vecchioni (“Ho sognato di vivere. Variazioni sul tema del tempo”, Stampa  Alternativa, 2017) che proprio intorno al ’68 ha inciso i suoi primi 45 giri. «Sotto molti aspetti – ci dice Bonanno –  la musica del Sessantotto sarà quella degli anni a seguire. Nel senso che il ‘68 risulterà prodromo di ciò che esprimerà compiutamente (nell’arte, così come nella società civile e nella politica) il decennio successivo». Annata apripista e di creativa transizione.

Pure l’estetica rock si fa complessa, mescolando differenti linguaggi sonori e artistici; unendo, ad esempio, musica e arte come dimostra il “banana album” dei Velvet Underground  – la cui cover, disegnata da Andy Warhol, entra subito nella storia del rock e della pop art -. Sulla band si può leggere il libro di Victor Bockris e Gerard Malanga, “Velvet” (Giunti, 2017).

Contattiamo il tastierista storico de Le Orme, Toni Pagliuca, che, pur a letto con la febbre, non rinuncia ad una breve battuta su quell’epoca. In Italia, proprio nel 1968, la band incide il suo primo 33 giri, che si tuffa nelle nuove sonorità che vengono da Londra.  «Il Sessantotto – ci spiega – è stato periodo di grandi sogni, ma non tutti si sono realizzati. Pure la rivoluzione musicale de Le Orme, ha cambiato un po’ di cose ma poi in tanti si sono fermati. Non hanno capito che la ricerca è una vocazione continua, un lavoro incessante che non deve essere influenzato dal risultato economico».

Quella del ‘68 è, indubbiamente, una stagione che va studiata, analizzata, compresa nelle sue molteplici valenze. In questo senso sono utili i libri di Giuseppe Gozzini, “Il ’68 visto dal basso. Sussidio didattico per chi non c’era” (Asterios, gennaio 2018) e di Roberto Raja “Il 68 giorno per giorno” (Edizioni Clichy, novembre 2017) concepiti come saggi che aiutano a cogliere, al di là del tempo breve degli eventi politici, il tempo lungo dei movimenti che cambiano la storia. “Che cosa resta del 68”, titola Paolo Pombeni il suo testo (Il Mulino, marzo 2018). Come movimento di massa, il Sessantotto intercetta i problemi innescati da un mondo che sta cambiando  e mette in discussione ogni singolo ambito della vita sociale (il sistema scolastico, il lavoro, la cultura capitalista, la Chiesa, il ruolo della donna, la politica).

Già, c’è proprio da chiedersi: cosa resta del ’68? Il gruppo art rock dei Maisie – nato negli anni Novanta – nel 2005 pubblica il suo quinto disco “Morte a 33 giri” (Snowdonia); nella title track affronta il tema della disillusione giovanile, l’agonia di una generazione che ha “spento” (o meglio è stata costretta a spegnere) il ’68, il ’77, l’85. «Negli ultimi 25 anni – ci dice ora Alberto Scotti, leader del gruppo – abbiamo avuto una controrivoluzione totale e globale che è, al contempo, sociale, politica, economica e persino antropologica. Tutto è stato stravolto, le regole sono saltate. Il mondo 2.0, quello del capitalismo neoliberista globalizzato, ha regole tutte sue, che non hanno più nulla a che fare con quelle del mondo 1.0». I Maisie hanno pubblicato ora il loro settimo album, il doppio CD “Maledette rockstar” (Snowdonia/La Zona, gennaio 2018); la cover mostra la rockstar sul palco, “monca”, svuotata, che non ha più nulla da dire; e nel brano “War” la band canta: «Le canzoni non servono né a fermare le guerre, né a riparare i tavolini». Prosegue a dirci Scotti:«Il non detto di “Maledette Rockstar” è la nostalgia struggente per l’Italia di quegli anni lì. Parliamo delle macerie del nazionalpopolare che fu e della miseria del nazionalpopolare di oggi». Già perché c’è un cambio di passo anche per la “canzonetta”, tanto è vero che, nel 1968 – che è l’anno successivo alla morte di Tenco – , a vincere il Festival di Sanremo è un esponente della scuola cantautorale, Sergio Endrigo.

Erika Dagnino è un’artista che ha scandagliato la scena underground nella New York degli anni Duemila, con reading letterari e musicali, poemi, perfomance multidisciplinari; viene in mente l’epoca della beat generation e poi del giovane Bob Dylan, raccontato da Suze Rotolo in “A Freewheelin’ Time: sulla strada di Bob Dylan. Memorie del Greenwich Village” (Caissa, 2017). A Erika chiediamo cosa è rimasto della cultura sotterranea di ieri nell’America attuale? «Quello che sembra autenticamente rimasto, si intende come manifestazione, in alcuni individui o piccole formazioni, è – risponde –  una sorta di eco o possibilità del senso di transizione, intesa sempre epocale, forse come un auspicio verso il trapasso da un’epoca a un’altra. Che non nega a priori l’umanità, un’umanità come necessariamente condotta dalla luce dell’importante».

Cinquant’anni dopo, dunque, restano macerie generazionali e culturali, ci sono nostalgie e sogni infranti. Ma forse c’è una luce (fioca, lontana, utopica anch’essa).

«Sull’onda della rivoluzione dylaniana la piazza tricolore si affolla di canti di lotta – osserva Bonanno -. Con i “canta-poeti” che si sono messi in proprio  e le canzoni se le scrivono, se le cantano e se le suonano da loro». Raccogliamo, infine, la testimonianza di Claudio Fucci, anche lui canta-poeta  di lotta intorno al ‘68, oggi editore che – con la sua casa editrice e label “Vololibero” – continua a coltivare l’utopia. Ci racconta: «In tutto quello che ho fatto artisticamente e in quello che sto realizzando nell’editoria, continuo il mio personale ‘68. Autonomia, fantasia e libertà. Non diventerò mai ricco, ma quanto mi diverto!».

 

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